CItizen Journalism e Blogging

Questa è un’ intervista che mi ha chiesto Nicoletta Angiolini, studentessa triestina che si sta laureando grazie ad una tesi sul Citizen Journalism ed i nuovi media. La pubblico sperando possa essere utile a chiunque altro.

Di cosa ti occupi? Quando nasce la tua passione per i blog?

Mi occupo di tutto ciò che riguarda il Web 2.0 ed i media sociali, lavorando sia in agenzia che su progetti del tutto personali, per ora in fase di gestazione ma che verranno alla luce a breve. La mia passione per la scrittura è innata, fin dai tempi del liceo ho scritto per varie testate, sia cartacee che online, quindi il blog è stata solo una conseguenza di una passione, per così dire, innata. La comunicazione attraverso la scrittura è un’esigenza per me, il blog come media è solo lo strumento che più mi piace utilizzare, è indipendente, autogestito e rappresenta anche il mio biglietto da visita online, al pari dei miei profili sui social netowrks, primo su tutti Linkedin.

Qual è la differenza tra un giornalista online e un blogger? Ci sono vari tipi di blog?

In effetti la differenza non dovrebbe esistere, si tratta di contenuti di varia natura messi online tramite una piattaforma, che poi questa piattaforma sia un blog o un giornale, poco importa. Almeno sulla carta è così, in pratica il blogger è più spigliato, più individualista, è più un animale sociale. Ultimamente vediamo i giornali prendere diversi spunti dai blog e vediamo sempre più spesso fare riferimento all’umore della blogosfera a proposito di determinati argomenti o avvenimenti, vediamo citazioni, riconoscimenti di autorevolezza, l’ultimo ostacolo da superare è la resistenza a linkare fonti della blogosfera, ma questo riguarda solo logiche di readership, in pratica i giornali hanno il timore di perdere lettori linkando a fonti esterne di nicchia.

Come definisci il citizen journalism?

Lo definisco a modo mio, lo definisco comunicazione, e quando la comunicazione diviene esigenza e necessità assistiamo a fenomeni molto interessanti. Lo sviluppo del Web 2.0 e la riduzione del digital divide ha avvicinato il cittadino alla rete e ai servizi, quali YouTube, Twitter, i blog, il resto è venuto da sè, il cittadino si è armato di cellulare e di blog, ha cominciato a scattare foto, fare video, scrivere e raccontare. Di base è un’esigenza del privato cittadino di far sentire la sua voce e di manifestare il proprio dissenso, sia nei confronti dei fatti accaduti, sia nei confronti dei media tradizionali che ancora stentano a “scendere in strada tra la gente”. Un esempio pratico è stato la copertura da parte della stampa italiana della rivolta seguita alle ultime elezioni in Iran, che consisteva nel raccontare cosa stessero scrivendo pochi coraggiosi iraniani su blog e Twitter, o cosa stessero uploadando su YouTube. Gli unici materiali di livello autoprodotti veramente sono stati editoriali su questioni geopolitiche o flashback dei tempi della Rivoluzione. Il resto era un susseguirsi di fonti locali che altro poi non erano che post di blog, tweets e video provenienti da YouTube.
In sintesi, il citizen journalism è il futuro, l’unica cosa che non capisco è cosa impedisce ad un giornalista di avere un blog, un account Twitter o per farla ancora più complicata, un account Friendfeed.
Tutto sarebbe più immediato, real time, in 140 caratteri o poco meno, gli articoli scritti sulla propria testata online sarebbero risindacati in breve tempo, il tutto incontrerebbe un bacino di fruizione più ampio. E’ da notare che c’è anche del marketing dietro questo discorso, ma nessuno sembra accorgersene in quel che si chiama mainstream.

Come si fa a coniugare il giornalismo classico con queste nuove forme di giornalismo proveniente dal basso? Il citizen journalism può essere considerato un pericolo per i giornalisti professionisti?

Non è un pericolo, è come una lezione da imparare, inevitabilmente i tempi, i media, i modi di comunicare si evolvono, è una regola di mercato che se il mercato si evolve chi resta indietro rischia di scomparire.
E’ lo stesso tipo di evoluzione che ha portato ad abbandonare la macchina da scrivere a favore dei pc.
Ora come ora il giornalista scrive il pezzo, che segue poi una filiera interminabile per poi finire sul giornale, la dotazione del giornalista a quanto pare è ancora il blocco e la penna, passando poi per l’avallo di un caporedattore, mentre il citizen journalist è molto più snello, anche in questo: scrive direttamente online da dispositivi mobili, fa foto, video, è multimediale, e posta tutto nei suoi spazi online, che siano blog o videosharing, non ha un caporedattore, il suo confronto è più diretto e la sua “vita o morte” è decretata da altre persone come lui.
Prendi quest’intervista e gli articoli che la precedono nel mio blog, nessuno al di sopra di me mi viene a dire di pubblicare questo o quello in base a giudizi di valore o di spessore culturale, il feedback proviene da chi legge i miei contenuti, dai miei contatti sui social netowork, da chi inoltra i miei articoli per farli leggere ai suoi amici, chi mi contatta via mail.
Questo tipo di feedback ha più valore, perchè il rapporto è più diretto, l’azione è più immediata. Anche Google ha pensato bene di implementare la Real Time Search, ma non certo per stare dietro alla monumentale filiera di pubblicazione dei giornali, ma per stare dietro a chi scrive sui blog o su servizi di microblogging, infatti è stato Twitter per primo ad implementare il Real Time sulla ricerca.

Come vedi il futuro dell’informazione? I quotidiani cartacei ci saranno ancora o ci informeremo solamente da Internet, per esempio dai cellulari di ultima generazione come l’iPhone?

Internet è più immediato, in certi casi più vero, inoltre il contatto con chi produce contenuti è molto più immediato e veloce, internet è il futuro dell’informazione che sarà sempre più libera e gratuita, e quindi molto difficile da monetizzare per giornali che non ricevono sovvenzioni statali. I devices che attualmente dominano il mercato hardware connetteranno sempre più persone alla rete, e perchè no, li allontaneranno dai contenuti cartacei a favore di quelli telematici. La chiave di volta sta nell’assottigliarsi del digital divide su scala mondiale, le nuove generazioni vengono definite Nati Digitali, e saranno queste a contribuire allo sviluppo della comunicazione della notizia. In futuro passeremo dalla macchina da scrivere al computer, per dirla in maniera metaforica.. è già successo, perchè dire che non succederà ancora?

In base al rapporto informazione: laurea in giurisprudenza = giustizia: laurea in giurisprudenza non pensi che per una questione di qualità il percorso di formazione professionale sia fondamentale? Oppure tutti possono fare informazione di qualità senza aver dato l’esame di stato in giornalismo?

Tutti possono essere bloggers o citizen journalists online, gli strumenti sono gratuiti e molto performanti, tutto sta a creare buoni contenuti, quindi, a ritroso, tutto deriva dalla preparazione culturale del blogger o del citizen. Il blog, come dicevo, è un biglietto da visita, una rappresentazione della propria cultura, del proprio sapere, ed è proprio in base a tutto ciò che viene decretato il successo di questo o quel blogger. In realtà molti bloggers, come me, si riconoscono nella categoria degli Edupunk, una definizione creata da Jim Groom tempo fa, rinvenibile su Wikipedia qui. Molti bloggers per dirla in italiano, si sono fatti da soli, in base ad un percorso culturale del tutto personale e questo si riflette nelle loro interazioni con la rete.
Poi certamente molti blog sono gestiti e portati avanti da professionisti del proprio settore con una laurea ed anni di esperienza lavorativa, e sono quelli ad assumere più valore perchè sono miniere di informazioni preziosissime per qualsiasi persona voglia intraprendere un percorso culturale o professionale similare.

Per fare l’ennesima critica al sistema del giornalismo tradizionale, l’esame da giornalista prevede un iter che farebbe ridere qualsiasi blogger: si tratta di scrivere, se non ricordo male, 75 articoli in un anno per una testata, farsi pagare le ritenute d’acconto e dare l’esame.
Il blogger segue un altro iter: avere un minimo di basi di programmazione, che ti permettono di avere il blog su un dominio tutto tuo, scrivere cose interessanti e in qualche modo di pubblica utilità, e non solo 75 articoli in un anno, ad esempio questo blog conta approssimativamente 260 articoli, scritti nel corso di un anno e qualche mese. Per quanto riguarda l’esame di stato, questo si svolge giornalmente tramite il confronto ed il feedback con i propri lettori, con chiunque approda su queste pagine.
La sfida è continua e non è fatta solamente di scrittura, ma anche di apprendimento, infatti portare avanti questo blog da tempo mi ha dato modo di imparare molto e di costruire passo passo la mia professione attuale.

Blogging e giornalismo: intervista a.. me

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