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Operazioni finanziarie 2.0

Startup Cloud, il Wiki delle startup italiane

by Giorgio Marandola on April 20, 2010

Startup Cloud il Wiki delle Startup

Startup Cloud è un database collettivo creato da Elastic che raccoglie informazioni e dati sulle startup italiane nell’area del web 2.0.

Ad ogni progetto è collegata una scheda, redatta con il contributo attivo degli stessi imprenditori, che riassume le caratteristiche dei servizi, i modelli di business su cui sono basati, le biografie dei responsabili, i risultati raggiunti, gli obiettivi dell’azienda e molte altre informazioni. [click to continue...]

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Via da Ning in 90 giorni

by Giorgio Marandola on April 15, 2010

Ning logo

Ning solo a pagamento

Da un twit del buon Luca Conti mi arriva la notizia che Ning, il popolare servizio con cui è possibile costruire mini-social networks di nicchia fondato da Marc Andreessen, sta subendo una pesante ristrutturazione, sia a livello di personale, sia a livello di features. Infatti il primo baluardo a cadere sarà la gratuità del servizio, che veniva assicurata dalla presenza di banner pubblicitari di Google AdSense. [click to continue...]

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Evan Williams, il punto sul business plan di Twitter

by Giorgio Marandola on October 28, 2009

Evan Williams

Evan Williams, co-fondatore e CEO di Twitter ultimamente non sembra far altro che dover difendere la sua creatura dalle critiche, principalmente ed unicamente sul piano business. Infatti, il celebre servizio di microblogging, ancora non sta guadagnando, pur avendo ottenuto un round di finanziamento da venture capital di ben 150 milioni di dollari.

Il mancato guadagno di Twitter è legato ad una politica ben precisa della dirigenza che vede nell’usabilità e nell’ utilità del servizio il primo focus all’interno dei piani finanziari della compagnia, a discapito di revenues ed introiti derivati dalla pubblicità. Nei mesi scorsi, insieme al restyling dell’homepage, è stata lanciata una nuova sezione del sito in cui viene introdotta la possibilità di ottenere servizi in più a pagamento per chi fa un uso professionale del servizio.

Il 21 Ottobre, Twitter ha annunciato un accordo con Microsoft e Google per arricchire i contenuti dei loro motori di ricerca con gli updates dei milioni di utenti che lo popolano, e ciò consiste in un altro decisivo passo in avanti in direzione della più completa e precisa “real time search”, in quanto Twitter fornisce aggiornamenti in tempo reale su tutto ciò che interessa maggiormente gli utenti della rete in un apprezzabile lasso di tempo. Un accordo ben congeniato, per quanto riguarda l’arricchimento del database di Bing e Google, ed ovviamente gli analisti del settore, ancora una volta, hanno posto la fatidica domanda: “Google e Microsoft pagheranno Twitter per avere il suo data-feed?” Attualmente non ci sono cifre, ma una prima definizione del business model di Twitter comincia ad affiorare.

Nel recente passato una dichiarazione shock di un non meglio precisato baby-stagista della City aveva scosso gli umori degli analisti di Twitter, rivelando che gli adolescenti non usano Twitter, preferendo al microblogging il social networking puro rappresentato da Facebook. Argomento ripreso anche recentemente da addetti del settore in Italia in occasione di Venice Session, un evento patrocinato da Telecom che si tiene periodicamente a Venezia. Ma a tutto ciò Evan Williams come reagisce?

In un’intervista a Fortune, per la rubrica “40 rising stars under 40“, il CEO di Twitter sembra non curarsene più di tanto, preferendo dati più pragmatici quali la recente impennata nel numero di utenti del suo servizio. Crescita che sfiorava recentemente percentuali vicine al 90% mensile, ma che ora sta diminuendo, a detta di Williams per un “effetto saturazione” fisiologico a fronte di una crescita così repentina.

La pragmaticità di Evan Williams nel citare numeri e statistiche confligge in maniera più o meno evidente con l’organizzazione molto poco strutturale del business plan di Twitter.

In realtà, andando ad analizzare le recenti dichiarazioni di Evan Williams a proposito della sua creatura emerge lo stesso pragmatismo dimostrato nell’analizzare le cifre ed i numeri di Twitter, attraverso un concetto molto semplice: “A biz plan can wait.”

Nei giorni scorsi anche il Business Week ha titolato tuonando contro il business plan di Twitter, o meglio, nei confronti della sua completa assenza, affermando: “the search for a practical business model has been a cloud hanging over Twitter’s head for some time now.”

Come detto, un titolo di questo tenore rappresenta l’opinione comune tra gli analisti del settore “social media business”, ma ancora una volta, Evan Williams difende strenuamente l’operato dei suoi, addirittura prendendosi gioco del titolo del Business Week nel corso dell’intervista a Fortune, con testuali parole: “la ricerca di un business plan? Non capisco perchè tutti affermino che siamo alla ricerca di un piano del genere. Dov’è il business plan? Dove l’abbiamo messo? Forse è tra i cuscini del divano.”

Williams in realtà spiega il suo operato in maniera molto più dinamica che economica, si concentra su due aspetti fondamentali della strategia di Twitter, vale a dire, la lungimiranza nella produzione di un valore come servizio e la fornitura di tecnologia a costo zero per gli utenti dello stesso, la sua pianificazione sembra essere potenzialmente infinita e tendente più a badare al valore nel lungo periodo unicamente incentrato sull’esperienza d’uso da parte di chi lo utilizza che non sul guadagno nel breve e medio termine. Il CEO però, facendo leva sul suo lato pragmatico, sancisce anche l’esistenza di una timeline, ancora avvolta nel mistero, in cui il servizio verrà utilizzato per produrre denaro, e questo sembra essere esattamente ciò che è riuscito a far entrare i recenti 150 milioni di dollari nelle casse della compagnia, anche se a detta di Williams, i recenti accordi con i venture capitalists sono stati incentrati su una “big vision” globale più che sul conto economico.

A cosa servono tutti questi soldi?

Evan Williams anche su questa domanda, più che insistente, si concentra ancora una volta sul valore del servizio e sulle persone, e vedendo la cifra da capogiro entrata di recente nelle tasche della company, come una sorta di assicurazione sulla sua “long term vision“, anche considerando il fatto che Twitter conta nel suo organico meno di 100 persone, il CEO ha stabilito che i fondi ottenuti saranno utilizzati per potenziare l’organico ed investire in tecnologie ed infrastrutture.

I detrattori di Twitter, come di Facebook e di altri servizi Web 2.0 esisteranno sempre, sia nel web che in altri contesti è una cosa che accade ciclicamente, ma ciò che fa ben guardare all’operato di Evan Williams è la sua predilezione per l’utente, per il servizio in quanto valore, ma la sua pragmaticità nel portare avanti il suo progetto, nel rispondere con decisione anche a critiche autorevoli, fanno ben sperare anche chi ha deciso di investire nei cinguettii di milioni di persone. Non ci resta che aspettare l’arrivo della segretissima timeline ed osservare le reazioni non dei detrattori, ma della community che effettivamente utilizza il servizio, e che rappresenta la valutazione economica effettiva di Twitter.

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Facebook in Italia, a Milano il primo ufficio

by Giorgio Marandola on October 16, 2009

Uffici Facebook Milano

E’ stato aperto a Milano il primo ufficio di rappresentanza di Facebook in Italia.

(ASCA-CORRIERE COM.) - Roma, 15 ott - Facebook ha annunciato l’apertura di un ufficio commerciale a Milano, dove un team locale di vendita lavorera’ per garantire piena assistenza al crescente numero di inserzionisti presenti in Italia. L’investimento di Facebook sul mercato italiano, in cui conta gia’ oltre 12 milioni di utenti, si rafforza ulteriormente: la decisione di aprire un ufficio italiano risponde allo slancio degli inserzionisti che chiedono un sempre maggior coinvolgimento con i clienti Facebook potenziali e reali. L’azienda vanta gia’ tra i suoi clienti marchi come Barilla, Ferrero, Nokia Italia, Sony Pictures, 3 Italia e Vodafone Italia e sta lavorando a stretto contatto con agenzie media come Carat, GroupM e OMD. ”Ci aspettiamo che l’Italia svolga un ruolo importante nella nostra strategia commerciale a livello mondiale, data la forte crescita di utenti e la sofisticata comunita’ di digital marketing locale - spiega Blake Chandlee, Vice President & Commercial Director Emea -. La sede italiana consentira’ quindi a Facebook di fornire direttamente sul posto pieno supporto ai propri clienti, per aiutarli a creare ed implementare campagne che avranno un impatto significativo sul loro business”. Diego Oliva, Commercial Director di Facebook per il Sud Europa, dirigera’ l’ufficio italiano con sede a Milano, dove ha creato un team che ha il compito di fornire assistenza locale diretta e l’expertise richiesta per marchi, agenzie e aziende italiani. ”Vediamo grandi opportunita’ per il mercato italiano, perche’ anche qui gli inserzionisti - per promuovere il proprio marchio - tendono ormai a privilegiare i media online rispetto ai modelli di pubblicita’ piu’ tradizionali - rimarca afferma Oliva -. Le persone sono piu’ propense ad acquistare un prodotto se e’ stato consigliato da un amico e, in questo senso, Facebook offre un’occasione unica alle aziende, sia in termini di promozione dei prodotti, che sopratutto di awareness globale. Con oltre 300 milioni di persone in tutto il mondo che si connettono e condividono contenuti con i propri amici, Facebook offre agli inserzionisti potenzialita’ inedite di raggiungimento e coinvolgimento degli utenti”. Il team commerciale di Facebook lavora con i piu’ importanti marchi al mondo e ha uffici negli Stati Uniti, Canada, Australia, Regno Unito, Francia ed ora anche in Italia.

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Ultime News su Current Tv

by Giorgio Marandola on September 12, 2009

Al Gore Current Tv

Pochi giorni fa mi scrive Nicoletta, studentessa di Trieste che sta scrivendo una tesi sul Citizen Journalism, annunciando di aver inserito nel suo elaborato un mio articolo su Current Tv, che scrissi un bel pò di tempo fa, agli inizi di questo blog, ed in più mi chiede una mano per reperire altre informazioni relative all’esperienza della nuova tv partecipativa di Al Gore.
Vediamo di raccogliere qualche news sul network, che possano aiutare anche altre persone in cerca di informazioni su Current Tv.

Innanzitutto consiglio di tenere d’occhio il blog di Tommaso Tessarolo, general manager di Current Tv Italia.

Poi il blog ufficiale di Current Tv Italia

RASSEGNA STAMPA:

Repubblica - Al Gore presenta Current Tv, “Un palinsesto fatto con gli utenti”

Webnews.it - Current TV in Italia con Tessarolo

Sempre Webnews.it riporta la situazione deficitaria dei bilanci di Current Tv, così come avevo già scritto nel post citato nella tesi di laurea di Nicoletta.

Webnews.it - Current Tv, i bilanci raccontano un’altra storia

Il Sole 24 Ore racconta il fattaccio di cronaca per cui l’Atac Roma ha censurato la pubblicità di Current Tv

Il Sole 24 Ore - Roma “censura” Current Tv

Donato Markingegno Carriero su Appunti Digitali

Appunti Digitali - Il Citizen Journalism di Current Tv

Vincenzo Cosenza

Vincos - Current TV: non solo video

AGGREGATORI DI NOTIZIE

Per avere una panoramica più completa di ciò che la blogosfera sta dicendo in tempo, pressocchè, reale su Current Tv, invito a prendere in considerazione questi link, che riportano ai risultati di ricerca per il termine ” Current Tv ” sui principali aggregatori di blog e notizie.

Liquida

Wikio

AllBlogs

OkNotizie

TWITTER REAL TIME SEARCH E HASHTAG #currenttv

La ricerca in tempo reale sullo stream di Twitter rappresenta fedelmente ciò che viene detto da bloggers, aziende e persone comuni su Current, inserendo nella ricerca i termini “Current Tv”. I risultati sono dinamici, ovvero, man mano che vengono emessi tweets che comprendono i termini “Current Tv” la stessa si autoaggiorna, quindi vale la pena di tenerla sott’occhio molto spesso, dedicandole magari una tab apposita nel browser usato.

Se invece avete un account su Twitter, il consiglio è di salvare la ricerca utilizzando l’apposito tasto Save this Search.

Twitter - Risultati di ricerca in real time

L’hashtag #currenttv serve a rinvenire tutti i tweets taggati da chi li ha emessi in modo da renderli associati e quindi etichettati a Current Tv. Anche per l’hashtag esiste la possibilità di salvare la ricerca se si dispone di un account Twitter.

#currenttv

SOCIAL MEDIA

Sui social media è possibile seguire Current Tv Italia su:

Twitter

Facebook

Friendfeed

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Blogbabel acquisita da Liquida

by Giorgio Marandola on September 9, 2009

Liquida acquisisce Blogbabel

Blogbabel, una babele tra le polemiche

Blogbabel è un servizio di monitoraggio della blogosfera italiana molto simile, anzi a dire la verità, la copia autentica ma Made in Italy di Technorati.
Nella sua esistenza, ha suscitato non poche polemiche, come riporta Downloadblog il 25 Marzo 2008:

“Diventata famosa per la classifica dei blog, classifica che ha scatenato ripetutamente polemiche, litigi, sospetti, tentativi di manipolarla e generato successivi aggiustamenti dei pesi dei vari indici utilizzati per calcolarla.”

Bene, ma nella sua intensa esistenza, sotto la gestione del suo creatore, Ludovico Magnocavallo, ne succedono di cotte e di crude.

Riassunto delle puntate precedenti (cit. Tagliablog):

1 - Blogbabel apre

2 - Blogbabel chiude

E nel comunicato sul sito si leggeva che la colpa di tutto ciò era attribuibile a Napolux e PaulTheWineGuy ed altri responsabili di non capire che la licenza d’uso dei contenuti ha poco a che fare con i motori di ricerca.

Blogbabel Sospesa con errore classico

Poi ovviamente, degno della miglior tradizione italica, il classicissimo errore della terza persona plurale, “scrivetegli, è in gran parte colpa loro” . Della serie, “parla come magni”… si però, insomma…

3 - Si comincia a vociferare che Blogbabel riaprirà

4 - Qualcuno ruba username e password per sbirciare oltre il maldestro comunicato della homepage, e diffonde screenshots della nuova versione di Blogbabel. Putiferio anche lì, neanche si trattasse di una telenovela.

5 - Il servizio riprende a funzionare

Infine, Blogbabel viene messa all’asta su eBay al ridicolo prezzo di 4.999 euro, ma l’asta, ad un certo punto viene ritirata da Magnocavallo. Le motivazioni sono riportate nel suo blog, in cui dice:

“Da qui la sospensione dell’asta che rientra nei termini previsti da ebay, dato che le due offerte in questione altro non sono state che la prosecuzione di colloqui avviati parecchi mesi fa, cui la messa in vendita di questi giorni ha solo dato una accelerata finale.”

Praticamente ha cercato di tirare sul prezzo.

Sensazione confermata da un altro capoverso:

“ha fatto intravedere ad alcuni la possibilità di acquistare qualcosa ad un prezzo basso, inferiore a quello reale e alla portata di budget tutt’altro che faraonici; dall’altro, ha spinto chi già aveva interesse ad un’acquisizione ad accelerare i tempi per cercare di raggiungere un accordo prima della scadenza dell’asta, costringendo a spingere sull’acceleratore e permettendo anche di saltare parecchie delle pastoie burocratico/aziendali (budget, approvazioni, ecc.) tipiche di processi di vendita normali.”

Quindi si tratta di 3 offerte, vediamo quali:

1 - Quella di Liquida (Gruppo Banzai), la cifra non è stata ancora resa nota

2 - Quella di Promodigital e Develer pari a 40.150 euro

3 - Quella raccontata in modo spassosissimo da Macchianera in questo post pari a 80.000 euro

Ludovico Magnocavallo in tutto ciò, rimarra in funzione a Blogbabel, così come dichiara la press release sul blog di Liquida:

Per quanto riguarda BlogBabel, lo sviluppo futuro sarà ancora supervisionato da Magnocavallo che continuerà a mettere a disposizione la sua esperienza – per molti versi unica – in questo settore.
“La consulenza di Ludovico Magnocavallo” dichiara Andrea Santagata, fondatore di Liquida, “oltre ad apportare a Liquida le competenze di un professionista di alto livello, garantisce a BlogBabel e ai suoi affezionati utenti che lo spirito del sito rimarrà intatto. Credo infatti che uno dei punti fondamentali che ha portato alla chiusura dell’accordo sia stato proprio quello di avere condiviso e immaginato insieme un futuro di crescita per Blogbabel” conclude Santagata.

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Venture Capitalists a caccia di talenti

by Giorgio Marandola on August 13, 2009

Ventur Capitalists Seeding

John Borthwick lo chiama real-time web, l’Internet in tempo reale: è il microblogging che trasforma le nostre vite in un flusso continuo di messaggini alla rete di amici e conoscenti. Sulla scia di Twitter nasce un nuovo spazio sociale, un nuovo modo di comunicare, e forse un nuovo business: c’è chi anticipa 5 miliardi di dollari di future applicazioni commerciali, come l´offerta di sconti e saldi e la pubblicità ad personam inviata agli utilizzatori di Twitter, sulla base dei prodotti e servizi citati nei loro messaggi. “E’ la nuova frontiera dell´innovazione”, dice Borthwick con la convinzione di chi ci ha investito del suo.

Padrone di una società “incubatrice”, lui finanzia dalle 40 alle 50 nuove aziende ogni 18 mesi. E’ uno dei tanti capitalisti a caccia del prossimo Big Bang innovativo, e quindi del prossimo Bill Gates da allevare. Altri capitalisti di ventura puntano sulle applicazioni per l’iPhone della Apple: ogni giorno ne sorgono di nuove, soprattutto dal mondo dei mass media tradizionali che hanno fretta di aprire finestre sul nuovo gadget con cui il pubblico accede alle informazioni. Anche tra i giovani inventori di queste “app” (applicazioni) per i cellulari, potrebbe esserci il futuro Bill Gates. L´idea è quella che l’iPhone con il suo successo ha creato un nuovo contenitore, o “chiave d’accesso”, nuove abitudini di consumo dei servizi, per ora sfruttate solo in minima parte. Quindi The Next Big Thing, il business del futuro, potrebbe essere non l’oggetto iPhone, ma la vendita dei servizi collegati. Un po’ come il vero Bill Gates ai suoi esordi in gioventù pianificò il sorpasso sull’Ibm quando intuì che il software sarebbe stato più importante della tecnologia hardware dei computer.

Non importa se per il momento la maggior parte di queste innovazioni non generano profitti, o sono addirittura in perdita: la voglia di scoprire The Next Big Thing, la prossima Microsoft o Google, richiede in dosi eguali audacia e pazienza. “C’è del metodo in questa follìa”, osserva il settimanale Business Week. L’ultimo sondaggio di Zogby International lo conferma, lo spirito di rischio che contraddistingue il venture capital ha radici profonde negli Stati Uniti: il 67% degli americani è “convinto che solo in America esistono tutte le condizioni per partorire un nuovo caso-Microsoft, l’emergere di un altro Bill Gates”. Cioè il ragazzo capace di costruire dal nulla un impero mondiale. E naturalmente il destino sorriderà a quelli che avranno individuato, e finanziato, il prossimo genio dell’innovazione.

Nella caccia ai giovani promettenti Marc Andreessen sembra dotato di un fiuto speciale. Lui stesso fu, in un’epoca non lontanissima, un quasi-Bill Gates. Protagonista celebre della New Economy, creò uno dei primi motori di ricerca su Internet, la società Netscape. Al suo primo collocamento in Borsa, questa matricola “dot. com” segnò l’inizio del boom speculativo al Nasdaq, la bolla di Internet che fece impazzire i mercati mondiali fino al marzo 2000. Un mese fa Andreessen è tornato all’attenzione della Silicon Valley californiana creando un nuovo fondo di venture capital, focalizzato sui giovani. La dotazione iniziale sembra modesta rispetto ad altri colossi finanziari, appena 300 milioni di dollari. Ma Andreessen è convinto che le regole del gioco sono cambiate anche in questo. Evoluzione tecnologica ed effetto-recessione, dichiara in un’intervista a Fortune, hanno fatto crollare i costi di creazione di una nuova società hi-tech. “Se negli anni Novanta ci volevano 20 milioni di dollari per creare un’impresa e arrivare ad avere il suo primo prodotto offerto sul mercato, oggi la stessa operazione può costare 200.000 dollari, cioè un centesimo”. È meno costoso oggi puntare su una miriade di piccoli geni, sperando che tra loro ci sia il Bill Gates del 2015. Questo non vuol dire che Andreessen disperda le sue risorse finanziarie a 360 gradi. Al contrario, la sua ricerca del prossimo Bill Gates resta molto concentrata. “Niente auto elettrica. Niente Cina, niente India”. È convinto che il prossimo caso-Microsoft o Google nascerà ancora negli Stati Uniti, probabilmente sulla West Coast, e sempre in un’area di innovazioni legata a Internet. Vede un futuro in cui ogni angolo della nostra vita quotidiana sarà a contatto con Internet. “Attingeremo online a tutti i contenuti della tv, dei giornali, delle biblioteche, e non solo”.

Il fiuto di Andreessen, affinato negli anni Novanta, non sembra aver perso il contatto con le nuove leve imprenditoriali. Ha intercettato prima di ogni altro il fenomeno Facebook, diventando uno dei finanziatori del cyber-spazio sociale. E non importa se al loro primo incontro il fondatore di Facebook, il 25enne Mark Zuckerberg, lo “offese” mostrando di ignorare la storia di Netscape. Niente di strano: nel ‘96 Zuckerberg faceva la scuola media. Ed è anche meglio che la sua generazione non sappia nulla dei boom precedenti, finiti come il crac della New Economy: così non hanno paura di rischiare. Per provare a diventare il prossimo Bill Gates ci vuole talento ma anche una dose di spericolatezza.

Lungi dall’irritare Andreessen, il gap generazionale eccita il suo istinto da cacciatore di nuovi capitalisti: “Oggi - dice - il 24enne neolaureato in Ingegneria a Stanford ha una visione della tecnologia che spiazza perfino il 29enne. È fantastico, perché a me piace proprio scovare gli enfants prodige, i piccoli geni”. Andreessen siede nel consiglio d’amministrazione di Facebook ed è convinto che diventerà “un’impresa più grande di Apple”. Insieme a Gina Bianchini ha fondato Ning, che conquista nuovi adepti al ritmo di due milioni e mezzo al mese: è una società la cui tecnologia consente di crearsi il proprio network sociale su misura, un sito “di nicchia” per ogni esigenza. Andreessen ha investito in LinkedIn, un altro sito di relazioni sociali specializzato nella dimensione professionale e business, perché è convinto che in futuro sul mercato del lavoro le aziende recluteranno il personale usando proprio questo tipo di strumenti.
La sua visione di un mondo “tutto online” investe ogni angolo dell’economia. È sicuro che le aziende troveranno su Internet ogni servizio di cui hanno bisogno. Anche le attività più tradizionali. Due società che lui sta finanziando, AppNexus e Good Data, forniscono “chiavi in mano” alle aziende tutti i centri-dati di cui hanno bisogno; naturalmente scaricandoli da Internet. È la concezione del futuro online come “la nuvola Internet” in cui saremo immersi. Da questa galassia emergeranno prima o poi anche dei nuovi padroni. I nuovi Bill Gates, appunto. L’ansia di scoprirli fa bruciare ogni tappa. I venture capitalist riuniti di recente in una conferenza d’investitori dedicata al fenomeno Twitter hanno scommesso che questa società entro cinque o dieci anni avrà superato la capitalizzazione di Facebook. La quale è già - sulla carta - astronomica: 6,5 miliardi di dollari. Né l’una né l’altra finora hanno generato profitti. Che importa, l’ansia della redditività nel brevissimo periodo è roba da Wall Street e Goldman Sachs, non è così che si costruiscono gli imperi come Microsoft. È nei vivai che bisogna cercare i veri talenti del futuro. Per esempio tra i giovani che sfornano le “app” per iPhone. Oppure nei creatori di videogame, talvolta poco più che bambini: un mondo scrutato con attenzione dai cacciatori di geni, perché spesso è la prima palestra di allenamento e di selezione degli inventori.

via: La Repubblica ( Federico Rampini )

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Facebook acquisisce Friendfeed

by Giorgio Marandola on August 11, 2009

Friendfeed Logo

Friendfeed accetta l’amicizia di Facebook

Ok dico la verità, l’acquisizione è solo un pretesto..per prendere le cose a modo mio… Twitter è il fenomeno del momento e sta per eguagliare come performance quelle di Facebook, ma effettivamente Friendfeed è molto più efficace, molto meglio strutturato, molto più semplice da usare.. e la cosa che usandolo salta subito agli occhi e lo pone, secondo il mio modesto parere, un passo avanti a Twitter è che se c’è un aggiornamento di stato, i commenti i “like” appaiono subito sotto l’aggiornamento in questione.

Efficenza? No.. solo normalità.. è giusto così, è logico così.

Se ne parlava tempo fa in giro, Friendfeed veniva definito come un servizio molto più efficiente di Twitter, ma destinato a morire inutilizzato..

Per fortuna che qualcuno a Palo Alto non l’ha pensata esattamente in questo modo.

Per cui Facebook ha acquisito Friendfeed, e sicuramente è un colpaccio, almeno sulla carta. Ora Mark Zuckerberg ed il suo enturage si misureranno con logiche per certi versi differenti da quelle che dominano gli scenari da social network puro e semplice. L’utente Friendfeed, come me, come tutti i bloggers che si rispettino, è un utente esperto, che ha esigenze ben definite, sa cosa vuole e cosa aspettarsi.

Non ne facciamo solo una questione di Marketing, qui si tratta di usabilità orientata alla condivisione di contenuti, si tratta pure di fare concorrenza allo strapotere mediatico di Twitter. E per far ciò, il caro Mark californiano dovrà attirare su Friendfeed le masse, perchè, Twitter è uno strumento di marketing strausato ora, da redazioni, bloggers e professionisti di svariati settori, ma anche dall’utente web medio, che non ha nella sua presenza online un fine puramente commericale.

A livello di “conversione” pura e semplice è quello il tipo di utente che fa gola, che clicca ancora sui banner, che contribuisce al successo economico di un servizio non avendo competenze avanzate.

Rimarrà solamente il cruccio tipico di questo tipo di servizi, la monetizzazione.

Ora Twitter sta cercando di studiare un programma di servizi a pagamento per i suoi utenti professionali, quasi come a voler tornare al Web 1.0 la cui proverbiale bolla è nota a tutti, esperti e non.

Zuckerberg si trova ad affrontare una sfida molto diversa da quella rappresentata da Facebook, ha messo le mani su un servizio che ha un potenziale indescrivibile, adesso è il momento di dimostrare che l’esperienza di Facebook ha lasciato un segno, dovrà dimostrare maturità.

Buona fortuna Mark! Dimostra di essere cresciuto!

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Yahoo e Microsoft contro Google, inutile!

by Giorgio Marandola on July 30, 2009

Partnership Yahoo Microsoft contro Google

Bella partnership ma non basta

La partnership tra Microsoft e Yahoo alla fine è andata in porto, dopo vari tentativi più o meno vani, in cui Yahoo aveva addirittura stretto un’alleanza con Google sul fronte dell’advertising, per sfuggire a quella che veniva definita come un acquisizione tra le più infruttuose della storia del web, che vedeva Microsoft nel ruolo del compratore e Yahoo della povera verginella violata dal tiranno.

E quindi via con la partnership tra Yahoo e Google sul fronte advertising (no search quindi), defezioni come quella di Zawodny ed altri prestigiosi nomi all’interno di Yahoo, con Yang messo alle strette dagli azionisti e dai media e di fatto costretto alle dimissioni. Ma a sorpresa, l’accordo con Google, veniva definito come la mossa decisiva per liberarsi del giogo Micosoft.

Poi c’è stato il lancio di Bing, e l’annuncio è stato dato nel più classico dei modi: “Bing sfida Google!
Prima del lancio ufficiale il buzz intorno a BIng lo descriveva così come le press release voleva, Microsoft che sfidava Google, ma poi, l’effettiva operatività di Bing una volta rilasciato online ha mostrato quanto ancora lontana sia Microsoft dallo sviluppare e distribuire una tecnologia di ricerca quanto meno competitiva.

Ho già documentato con tanto di screenshot le lacune della tecnologia di cui si serve Bing, che, tra l’altro solo ultimamente permette di essere tracciato dai sistemi di statistiche come “Bing”, fino ad una settimana fa, controllando gli accessi, quelli provenienti dalla pseudo-novità Microsoft venivano taggati ancora come Windows Live Search.

Fino ad arrivare ad oggi, in cui Yahoo a sorpresa, o quasi, annuncia la sua partnership con Microsoft nel settore Search Engine.

L’affidabilità e le prestazioni della ricerca Yahoo sono comparabili a quelle di BIng, davvero non competitive nei confronti di un gigante come Google.
Quindi l’accordo ha più il sapore del marketing che dell’ operazione prettamente finanziaria basata su una volontà evolutiva e realmente concorrenziale, appare solo tesa a sfruttare l’eco del buzz generato da Bing tra gli appassionati di internet (e non tra chi è più di un appassionato).
La tecnologia di ricerca Yahoo privilegia nei primi risultati, dopo quelli sponsorizzati, quelli provenienti dalla propria directory, quindi non si ha un’organicità di ricerca estendibile e flessibile come quella di Google, è quasi forzata. L’integrazione con Bing sicuramente l’arricchirà, ma non risolverà certo le lacune concorrenziali che nel corso del tempo si sono andate accumulando, non colmeranno il gap tecnologico e strategico nei confronti di Google.

Un conto è vivere e lavorare solo sul settore search engine, un conto è voler dominare il mercato, e non a suon di monopolio o integrazioni forzate come quelle di Microsoft, ma a suon di feedback positivi ed utilizzo da parte degli utenti.
Google oltre al settore search engine, ha sviluppato moltissimi altri canali, come AdSense, Wave e via dicendo, i laboratori di Google sono in continuo fermento e nonostante qualche brutta battuta di arresto, ammissibile se si hanno mille progetti l’anno, le idee continuano a venire fuori senza soluzione di continuità, all’insegna della fornitura di un servizio globale, completo ed affidabile.

Sia Yahoo che Microsoft non hanno impiegato risorse sufficienti, o forse hanno allocato male quelle disponibili, nel realizzare un ampio spettro di servizi che potessero vantare tutti lo stesso grado di operatività e valore. Hanno sviluppato quelli che sono i canali più che ovvi per società del genere come il settore search con link sponsorizzati, i servizi paralleli e Yahoo ha anche attivato una sorta di competitor di AdSense. Ma tutto ciò è stato mal amministrato o mal gestito, come anche un altro settore iperprolifico (potenzialmente) che è quello del social networking, che ho ampiamente descritto nel post di addio a Yahoo 360.

Yahoo in realtà ha solo bisogno di una riorganizzazione interna all’insegna dell’usabilità e della semplificazione. Non dimentichiamoci che servizi quali Flickr e Delicious sono di proprietà della company di Sunnyvale già da lungo tempo, ma ancora non si è vista un’integrazione neanche a livello di personal profile. GIusto qualche mese fa, ma non tanti circa 2, si è cominciato a vedere un link, quasi impercettibile che mirava a collegare Yahoo profiles (che è una miniera d’oro) a Flickr passando anche per Yahoo Messenger.

Microsoft dal punto di vista dei servizi paralleli ha il suo fiore all’occhiello in Msn Messenger, ma in tutto il resto fa decisamente acqua, e francamente tra Yahoo e Microsoft, la prima se la potrebbe cavare con una riorganizzazione, ma la seconda, fermo restando il settore OS e Browsing, dovrebbe lavorare sodo sul fronte puramente web per poter vantare una posizione concorrenziale o quanto meno una presenza apprezzabile sul mercato.

Attrarre il potenziale user su dei risultati di ricerca per poi porlo al centro di una landa di disservizi (caso Yahoo) e di non servizi (caso Micosoft) non aiuterà certo le due companies a ridurre un gap vecchio di una decina di anni, che ha visto loro adagiarsi sugli allori e Google dominare il mercato, sul piano dell’affidabilità.

Ormai siamo nell’era in cui Google è diventato una parola d’uso quotidiano, ed è contro questo che Yahoo, Microsoft, Cuil e compagnia danzante si devono confrontare/scontrare.
Basta provare a leggere ad alta voce i termini qui sotto per accorgersi di un gap ormai incolmabile. Provate.

Mi serve una ricetta.
Cerca su Google.

Un video?
Vai su YouTube

Contro:

Mi serve la recensione dell’ultimo libro di Camilleri.
Cerca su Yahoo.

Che performance ha l’ultimo Mac Book?
Cerca su Bing.

E’ come il gioco “trova l’intruso”, chiunque abbia letto queste piccole formule si è accorto che le prime sono entrate nel vocabolario quotidiano, mentre le altre stenteranno ad entrarci per i prossimi anni.

Ma se finalmente, cercando “Flickr” su Bing, avrò Flickr.com come primo risultato e non come decimo, ben vangano queste partnerships.

Realmente non le ha mai notate nessuno queste cose sia in Yahoo sia in Microsoft?

Ed un altra domanda che mi sorge spontanea è: come mai non c’è mai nessuno asetticamente critico nei confronti di tali compagnie, e quindi pur avendo una testa ed un blog, se la press release dice che Bing sfida Google, allora il post dirà esattamente questo?
Io non lavoro in Google, sono solo un fruitore dei suoi svariati servizi, dal punto di vista operativo credo sia decisamente avanti, l’unico settore che potrebbe migliorare potrebbe essere quello della messaggistica istantanea, ma sinceramente la cosa di cui sono più convinto è che se in Yahoo non cambieranno le cose al suo interno, ci sarà poco da fare partnerships, non si andrà oltre l’effetto annuncio.
Microsoft? Dovrebbe ascoltare di più, imparare da Apple, nonostante i recenti passi falsi dei nuovi iPhones.

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Pirate Bay a pagamento!

by Giorgio Marandola on July 21, 2009

Jhonny Depp

Pirate Bay sarà a pagamento

Come volevasi dimostrare, come ho avuto già modo di dire in merito ai comunicati stampa in occasione dell’ acquisizione, Pirate Bay è scomparsa, almeno così come ce la ricordavamo!
Uno dei fondatori aveva dichiarato che le cose non sarebbero cambiate, che tutto sarebbe migliorato, che il cambio di gestione avrebbe comportato solo delle migliorie a livello gestionale e a livello server, ma già allora la press release della Global gaming factory appariva discordante, infatti affermava di dover elaborare un metodo per poter remunerare i dententori del copyright ad ogni download.
Ecco il metodo che è stato trovato, il più vecchio del mondo, far pagare gli utenti!

E tutto ciò, a parte l’ovvieta dell’avvenimento, che era largamente previsto, pone l’accento sul PRENDI I SOLDI E SCAPPA organizzato dai vecchi proprietari.

Pirate Bay sarà a pagamento, probabilmente a partire da fine luglio o inizi agosto, quando sarà completa l’acquisizione fatta da Global gaming factory. Lo rivela Wayne Rosso, uno dei nuovi manager di Pirate Bay e personaggio storico del mondo del peer to peer (è stato amministratore di Grokster).
Bisognerà pagare un canone per poter utilizzare Pirate Bay, ma - spiega Rosso - sarà un prezzo ridotto per chi mette a disposizione più risorse di banda per gli altri utenti. Il che lascia intendere che resterà in piedi come sito basato sul peer to peer, non si trasformerà in un negozio online tradizionale: gli utenti continueranno a scambiarsi file, ma a pagamento, per remunerare i relativi diritti d’autore.

“La svolta di Pirate Bay conferma due assunti validi anche in rete, l’illegalità non può essere un modello di business sostenibile e che le iniziative giudiziarie costituiscono un valido deterrente”, dice a Repubblica.it Enzo Mazza, presidente di Fimi (Federazione industria musicale italiana).

“La conversione di Pirate Bay? Niente di nuovo dai tempi di Napster”, aggiunge Andrea Monti, avvocato tra i massimi esperti di diritto d’autore online. Anche Napster ha seguito analoga parabola, da baluardo del peer to peer a offerta legale (disponibile solo negli Usa). Non ha un grande successo, “ma resiste ed è ancora quotato in borsa”, dice Monti.

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