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Questa l’idea ispiratrice di Global Voices, il progetto di informazione partecipativa globale lanciato nel 2004, e che ha visto il suo summit a Budapest il 27 e 28 giugno scorsi.
L’ iniziativa prima risale a un convegno internazionale di blogger svoltosi a fine 2004 presso il Berkman Center (Harvard). Da allora, il progetto è cresciuto fino a divenire del tutto indipendente e oggi opera come ente no-profit, così come è accaduto per altre iniziative quali Creative Commons, Center for Citizen Media o OpenNet Initiative.

Il giornalismo partecipativo è una realtà che, con lo sviluppo del web2.0, si sta affermando in maniera sempre più massiccia e ineludibile. Sempre più fonti si aggiungono al coro di voci che si alza dalla rete fino a raggiungere le multinazionali e i “luoghi di potere”. Lo stesso David Sifry, fondatore di Technorati nel suo ultimo report annuale ha sottolineato come alcuni blog stiano insidiando la popolarità dei tradizionali canali dell’informazione. Guardando a casa nostra, l’acquisizione del 30% del network Blogosfere da parte del Sole 24 Ore ne è la dimostrazione.

La vocazione di Global Voices è quella di dare spazio a quelle fonti che normalmente non riescono a finire nelle penne dei giornalisti delle testate più famose. Per questo ci si affida alla volontà di milioni di scrittori, che con un pc e una connessione ad internet hanno il potere di dare voce anche al paese più remoto.
I gravi fatti accaduti in Birmania sono solo l’ultimo importante esempio. Senza il coraggio dei dissidenti che tramite la rete sono riusciti ad eludere la muraglia fisica e digitale costruita dal regime di Rangoon, probabilmente non avremmo potuto conoscere in tempo il coraggio dei monaci buddisti, o la scelleratezza dell’esercito del regime.

«Al momento – afferma Bernardo Parrella, il responsabile della localizzazione italiana del progetto che è stato presentata proprio al summit di Budapest – Global Voices conta circa 40.000 post e 30.000 commenti, suddivisi in 347 categorie che spaziano dalle diverse regioni e nazioni a temi quali razzismo, arte e cultura, religione, agricoltura. Per ora si fanno traduzioni in 14 lingue (15 con l’edizione italiana in arrivo), mentre gli autori dai vari Paesi sono circa un centinaio, oltre 150 contando anche i traduttori puri, dove la più attiva è la la comunità spagnola, con oltre 1.600 post tradotti».

La localizzazione italiana, già in rodaggio da alcune settimane, si avvale per ora di una decina di volontari, tra cui traduttori professionisti ed esperti di nuovi media. L’inizio è incoraggiante ma non sufficiente per replicare il successo americano.
L’intenzione, infatti, è quella di fare tesoro dell’esperienza maturata con le altre versioni, e tentare di vincere la sfida che Global Voices si impone di vincere: dare voce a chi non ha voce.

Global Voices Summit Budapest

Dare voce a chi non ha voce: il progetto Global Voices

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