Evan Williams

Evan Williams, co-fondatore e CEO di Twitter ultimamente non sembra far altro che dover difendere la sua creatura dalle critiche, principalmente ed unicamente sul piano business. Infatti, il celebre servizio di microblogging, ancora non sta guadagnando, pur avendo ottenuto un round di finanziamento da venture capital di ben 150 milioni di dollari.

Il mancato guadagno di Twitter è legato ad una politica ben precisa della dirigenza che vede nell’usabilità e nell’ utilità del servizio il primo focus all’interno dei piani finanziari della compagnia, a discapito di revenues ed introiti derivati dalla pubblicità. Nei mesi scorsi, insieme al restyling dell’homepage, è stata lanciata una nuova sezione del sito in cui viene introdotta la possibilità di ottenere servizi in più a pagamento per chi fa un uso professionale del servizio.

Il 21 Ottobre, Twitter ha annunciato un accordo con Microsoft e Google per arricchire i contenuti dei loro motori di ricerca con gli updates dei milioni di utenti che lo popolano, e ciò consiste in un altro decisivo passo in avanti in direzione della più completa e precisa “real time search”, in quanto Twitter fornisce aggiornamenti in tempo reale su tutto ciò che interessa maggiormente gli utenti della rete in un apprezzabile lasso di tempo. Un accordo ben congeniato, per quanto riguarda l’arricchimento del database di Bing e Google, ed ovviamente gli analisti del settore, ancora una volta, hanno posto la fatidica domanda: “Google e Microsoft pagheranno Twitter per avere il suo data-feed?” Attualmente non ci sono cifre, ma una prima definizione del business model di Twitter comincia ad affiorare.

Nel recente passato una dichiarazione shock di un non meglio precisato baby-stagista della City aveva scosso gli umori degli analisti di Twitter, rivelando che gli adolescenti non usano Twitter, preferendo al microblogging il social networking puro rappresentato da Facebook. Argomento ripreso anche recentemente da addetti del settore in Italia in occasione di Venice Session, un evento patrocinato da Telecom che si tiene periodicamente a Venezia. Ma a tutto ciò Evan Williams come reagisce?

In un’intervista a Fortune, per la rubrica “40 rising stars under 40“, il CEO di Twitter sembra non curarsene più di tanto, preferendo dati più pragmatici quali la recente impennata nel numero di utenti del suo servizio. Crescita che sfiorava recentemente percentuali vicine al 90% mensile, ma che ora sta diminuendo, a detta di Williams per un “effetto saturazione” fisiologico a fronte di una crescita così repentina.

La pragmaticità di Evan Williams nel citare numeri e statistiche confligge in maniera più o meno evidente con l’organizzazione molto poco strutturale del business plan di Twitter.

In realtà, andando ad analizzare le recenti dichiarazioni di Evan Williams a proposito della sua creatura emerge lo stesso pragmatismo dimostrato nell’analizzare le cifre ed i numeri di Twitter, attraverso un concetto molto semplice: “A biz plan can wait.”

Nei giorni scorsi anche il Business Week ha titolato tuonando contro il business plan di Twitter, o meglio, nei confronti della sua completa assenza, affermando: “the search for a practical business model has been a cloud hanging over Twitter’s head for some time now.”

Come detto, un titolo di questo tenore rappresenta l’opinione comune tra gli analisti del settore “social media business”, ma ancora una volta, Evan Williams difende strenuamente l’operato dei suoi, addirittura prendendosi gioco del titolo del Business Week nel corso dell’intervista a Fortune, con testuali parole: “la ricerca di un business plan? Non capisco perchè tutti affermino che siamo alla ricerca di un piano del genere. Dov’è il business plan? Dove l’abbiamo messo? Forse è tra i cuscini del divano.”

Williams in realtà spiega il suo operato in maniera molto più dinamica che economica, si concentra su due aspetti fondamentali della strategia di Twitter, vale a dire, la lungimiranza nella produzione di un valore come servizio e la fornitura di tecnologia a costo zero per gli utenti dello stesso, la sua pianificazione sembra essere potenzialmente infinita e tendente più a badare al valore nel lungo periodo unicamente incentrato sull’esperienza d’uso da parte di chi lo utilizza che non sul guadagno nel breve e medio termine. Il CEO però, facendo leva sul suo lato pragmatico, sancisce anche l’esistenza di una timeline, ancora avvolta nel mistero, in cui il servizio verrà utilizzato per produrre denaro, e questo sembra essere esattamente ciò che è riuscito a far entrare i recenti 150 milioni di dollari nelle casse della compagnia, anche se a detta di Williams, i recenti accordi con i venture capitalists sono stati incentrati su una “big vision” globale più che sul conto economico.

A cosa servono tutti questi soldi?

Evan Williams anche su questa domanda, più che insistente, si concentra ancora una volta sul valore del servizio e sulle persone, e vedendo la cifra da capogiro entrata di recente nelle tasche della company, come una sorta di assicurazione sulla sua “long term vision“, anche considerando il fatto che Twitter conta nel suo organico meno di 100 persone, il CEO ha stabilito che i fondi ottenuti saranno utilizzati per potenziare l’organico ed investire in tecnologie ed infrastrutture.

I detrattori di Twitter, come di Facebook e di altri servizi Web 2.0 esisteranno sempre, sia nel web che in altri contesti è una cosa che accade ciclicamente, ma ciò che fa ben guardare all’operato di Evan Williams è la sua predilezione per l’utente, per il servizio in quanto valore, ma la sua pragmaticità nel portare avanti il suo progetto, nel rispondere con decisione anche a critiche autorevoli, fanno ben sperare anche chi ha deciso di investire nei cinguettii di milioni di persone. Non ci resta che aspettare l’arrivo della segretissima timeline ed osservare le reazioni non dei detrattori, ma della community che effettivamente utilizza il servizio, e che rappresenta la valutazione economica effettiva di Twitter.

Evan Williams, il punto sul business plan di Twitter

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