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Valori della condivisione in Facebook

by Giorgio Marandola on September 1, 2009

Giorgio Marandola su Facebook

Facebook è indubbiamente il fenomeno del momento, conquista quote di mercato e fa spese più o meno ingenti in giro, ma, l’italiano medio che uso ne fa?
Per quello che ho potuto vedere da quando sono iscritto, su Facebook non si ritrovano solo vecchi amici ma si possono stabilire anche importanti relazioni sia professionali che prettamente culturali, basate su comunanza di intenti e di passioni.
Guardando al mio profilo oggi mi ritrovo con quasi 900 contatti, che comprendono sia gli amici di vecchia data, sia gli ex compagni di scuola, sia la gran parte dei bloggers italiani e dei professionisti del settore.

La maggior parte dei miei contatti fanno della loro identità digitale, un’immagine che riflette fedelmente la realtà sensibile della loro vita, li riconosco in ciò che condividono, in ciò che commentano ed in quali gruppi si iscrivono.
Con loro scambio punti di vista, organizzo uscite, partecipo ad eventi e feste, tutto fila liscio come nella vita reale quindi, ci si riflette nel social network.

Quello che realmente mi ha influenzato invece, da quando sono in Facebook, è la quantità di nuove cose che ho avuto modo di imparare.
Nel settore del web, della comunicazione ed in particolare dei social media, il Web 2.0 porta l’individuo ad assorbire continuamente nuovi input e nuove informazioni, la cultura cresce, link dopo link, video dopo video. Ciò che vedo nel flusso della home è un serbatoio immenso di cultura del settore, intervallata da considerazioni personali, scambi di opinione, dialoghi tramite commenti a cui è facilissimo partecipare attivamente e ricevere feedback anche se le persone coinvolte nella conversazione non mi hanno mai visto prima.

Una sorta di e-learning alimentato giornalmente da tantissime persone, che mi hanno dato modo di imparare molto giorno per giorno, ed essendo disponibili sui loro profili, mi hanno permesso di approfondire e di interloquire con loro in maniera più diretta.

La tribù, tempi e modalità

Di solito, pensando al fenomeno per il quale noi bloggers e molti professionisti del settore ci siamo “aggregati” su Facebook, tendo ad identificarlo con la formazione di una tribù, spontanea e dettata puramente da interessi di condivisione, partecipazione e confronto, il tutto condito con una serenità ed una cordialità veramente positiva.
Il processo è stato lento, ed in costante aggiornamento, ogni giorno scopro di avere amicizie in comune con persone nuove, ma quel numero di amicizie in comune in realtà tende a misurare il grado di affinità culturale che ho con quella persona.

Facebook, il nuovo elenco telefonico

Molte aziende, come moltissimi singoli soggetti alle prese con persone nuove, finiscono per cercare su Google nome e cognome di chi vogliono conoscere, hanno appena conosciuto o hanno intenzione di assumere, in cerca di informazioni, di identità online, di un punto di raccolta di dati identificativi. Questa funzione che fino ad oggi è appartenuta solo a Google, è stata il cavallo di battaglia di Linked In per quanto riguarda gli ambiti lavorativi, ora, su più larga scala, questa necessità di carpire informazioni, trovare un profilo valido e di rappresentanza di una data persona è padroneggiata da Facebook.
“Facebook” stesso, come termine, parola, è entrata nel vocabolario quotidiano rappresentando il punto di riferimento ideale, che può, attraverso il flusso di dati collezionato al suo interno, i video, le foto, rappresentare il vissuto quasi quotidiano della persona in un apprezzabile lasso di tempo.

Il social networking è cultura

Secondo un mio vecchio parallelismo, il social networking, così come internet, è come un pit bull, una bestia intelligente e duttile che rispecchia in pieno le qualità, ma tante volte i difetti di chi lo conduce.
Così come un pitbull addestrato alla violenza non potrà mai produrre qualcosa di diverso, una persona mossa da intenti di condivisione utile e positiva, ma soprattutto con tutti gli strumenti per essere in grado di produrre qualità, potrà essere una risorsa insostituibile per tutto il proprio “vicinato”, non solo su Facebook, ma su ogni strumento di aggregazione sociale presente sul web.

Le chiacchiere di corridoio etichettano spesso Facebook coe un servizio per ragazzini o in decadenza economica, quello che posso dire io è che mi sta dando tanto, e continuerà a farlo.

Un ringraziamento a tutti i miei contatti!

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I Daddy Bloggers ed i Marketers

by Giorgio Marandola on August 30, 2009

Daddy Bloggers

Ultimamente le mamme bloggers hanno acquisito molto peso in termine di readership, fama e notorietà sul Web 2.0, esempi validi sono blogs come Dooce o The Pioneer Woman, ma ora sembra essere arrivato il turno dei papà, i cosiddetti Daddy Bloggers.
Principali rappresentanti di questa rimonta sono i blogs DadLabs e Dad-O-Matic.

In tutto ciò i responsabili marketing di grandi brands hanno alimentato le pagine delle mamme bloggers inviando loro prodotti gratuiti fiutando fin dall’inizio del fenomeno la qualità di un’onesta review scritta da queste bloggers, ora, come detto è il turno anche dei papà anche in questo ambito, molti Daddy Bloggers si dilettano in review dei più svariati prodotti.
Infatti la scorsa settimana, la Sony ha dato vita ad una campagnia della durata di 3 mesi, coinvolgendo i Daddy Bloggers, inviando loro lettori Blue Ray e videocamere Camcoder: una gamma selezionata di prodotti che rispecchiano le abitudini dei moderni papà bloggers.
In particolare la Sony sta chiedendo ai papà bloggers di usare le videocamere per registrare gite fuori porta o eventi familiari vari per poi scrivere della loro esperienza.

La situazione sta portando con sè non pochi malumori tra i lettori dei suddetti bloggers, tanto che la Federal Trade Commission sta investigando sul fenomeno e ci si aspetta che entro breve istituirà una regolamentazione di questa pratica imponendo di rivelare ai lettori la atura delle review, riportando che sono nate da prodotti gratuiti inviati da qualche multinazionale.

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Dare voce a chi non ha voce: il progetto Global Voices

by Giorgio Marandola on June 30, 2008

Global Voices Logo

Questa l’idea ispiratrice di Global Voices, il progetto di informazione partecipativa globale lanciato nel 2004, e che ha visto il suo summit a Budapest il 27 e 28 giugno scorsi.
L’ iniziativa prima risale a un convegno internazionale di blogger svoltosi a fine 2004 presso il Berkman Center (Harvard). Da allora, il progetto è cresciuto fino a divenire del tutto indipendente e oggi opera come ente no-profit, così come è accaduto per altre iniziative quali Creative Commons, Center for Citizen Media o OpenNet Initiative.

Il giornalismo partecipativo è una realtà che, con lo sviluppo del web2.0, si sta affermando in maniera sempre più massiccia e ineludibile. Sempre più fonti si aggiungono al coro di voci che si alza dalla rete fino a raggiungere le multinazionali e i “luoghi di potere”. Lo stesso David Sifry, fondatore di Technorati nel suo ultimo report annuale ha sottolineato come alcuni blog stiano insidiando la popolarità dei tradizionali canali dell’informazione. Guardando a casa nostra, l’acquisizione del 30% del network Blogosfere da parte del Sole 24 Ore ne è la dimostrazione.

La vocazione di Global Voices è quella di dare spazio a quelle fonti che normalmente non riescono a finire nelle penne dei giornalisti delle testate più famose. Per questo ci si affida alla volontà di milioni di scrittori, che con un pc e una connessione ad internet hanno il potere di dare voce anche al paese più remoto.
I gravi fatti accaduti in Birmania sono solo l’ultimo importante esempio. Senza il coraggio dei dissidenti che tramite la rete sono riusciti ad eludere la muraglia fisica e digitale costruita dal regime di Rangoon, probabilmente non avremmo potuto conoscere in tempo il coraggio dei monaci buddisti, o la scelleratezza dell’esercito del regime.

«Al momento – afferma Bernardo Parrella, il responsabile della localizzazione italiana del progetto che è stato presentata proprio al summit di Budapest - Global Voices conta circa 40.000 post e 30.000 commenti, suddivisi in 347 categorie che spaziano dalle diverse regioni e nazioni a temi quali razzismo, arte e cultura, religione, agricoltura. Per ora si fanno traduzioni in 14 lingue (15 con l’edizione italiana in arrivo), mentre gli autori dai vari Paesi sono circa un centinaio, oltre 150 contando anche i traduttori puri, dove la più attiva è la la comunità spagnola, con oltre 1.600 post tradotti».

La localizzazione italiana, già in rodaggio da alcune settimane, si avvale per ora di una decina di volontari, tra cui traduttori professionisti ed esperti di nuovi media. L’inizio è incoraggiante ma non sufficiente per replicare il successo americano.
L’intenzione, infatti, è quella di fare tesoro dell’esperienza maturata con le altre versioni, e tentare di vincere la sfida che Global Voices si impone di vincere: dare voce a chi non ha voce.

Global Voices Summit Budapest

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