10 offerte di lavoro in ambito Web 2.0 per neolaureati, professionisti ed esperti sul territorio nazionale, da Milano al Sud Italia. Le figure ricercate spaziano dagli ambienti di sviluppo, quindi programmatori e sviluppatori, fino ai social media manager, allargando decisamente la possibilità di trovare il lavoro che state cercando. [click to continue...]
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web 2.0
A parlare di web 2.0 alla libreria Rinascita Ostiense
Edizioni della Sera presenta “Nuvole di byte. Il web 2.0 per la comunicazione nei contesti aziendali” di Alessandro Prunesti martedì 13 aprile 2010 ore 19. L’evento si terrà presso la Libreria “Rinascita Ostiense” in via Prospero Alpino 48 a Roma. [click to continue...]
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Ignite, si riparte dall’ Antù
Dopo il successo del primo appuntamento si replica all’Antù ( Via Libetta 15c, Roma ) giovedi 8 Aprile 2010, a partire dalle 18.30 fino a tarda notte, visto che dopo le presentazioni ci sarà spazio per il dj set di Smeerch.
La serata del 4 Marzo è stata densa di contenuto, circa 100 gli intervenuti, 20 presentazioni e spunti veramente interessanti: si può tranquillamente affermare che l’appuntamento Ignite è diventato il principale evento di networking della capitale, per contenuto ed interesse da parte dei partecipanti.
Non è mancata neanche la contaminazione alla scorsa serata, infatti c’è stato spazio per la presentazione del neonato Business Club Roma In, ad opera di Valeria Laganà.
Dal punto di vista progettuale, la presentazione più significativa è stata quella riguardante l’ultimo progetto firmato Elastic, Startup Cloud il wiki delle startup italiane, di cui parla Nicola Mattina Qui.
Avanti così Igniters! Ci vediamo l’ 8 Aprile!
- La pagina dell’evento su Ignite Italia
foto credits: Luca Sartoni
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Nuvole di Byte
Venerdi scorso ho partecipato, in qualità di relatore, alla presentazione del libro Nuvole di Byte di Alessandro Prunesti, edito da Edizioni della Sera, e devo dire che l’occasione ha gettato le basi per riflessioni molto interessanti. [click to continue...]
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XMAS Camp 2009 il 19 dicembre a Roma
Roma, 19 dicembre 2009, a partire dalle 10 di mattina all’Opificio Telecom Italia per una giornata dedicata al web 2.0, all’innovazione, alle startup ed alla sostenibilità.
Il XMAS Camp è tutto ciò ed anche di più, visto che il format, come ogni barcamp che si rispetti è deciso direttamente dai partecipanti: tutti i barcampers avranno a disposizione un tabellone su cui incollare un post it con il proprio intervento.
La giornata prevede inoltre la presentazione di vari progetti, come Native Digitali di Flavia Marzano, The Hub Roma ed Upstart Roma, con la collaborazione di Girl Geek Dinners Roma.
L’atmosfera informale che accompagnerà la giornata sarà la chiave di volta del barcamp, per favorire lo scambio di idee, opinioni e biglietti da visita.
Sarà previsto anche uno Startup Corner in cui è possibile proporre un elevator pitch con cui illustrare il proprio progetto d’impresa.
Invito tutti quindi a partecipare all’evento avendo cura di iscrivervi sulla pagina Wiki del XMAS Camp, per darci la possibilità di organizzare tutto al meglio.
Vi aspetto!
Organizzatori:
Sponsor:
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Facebook Cafe, i brand incontrano i fans
Facebook Cafe, brands on facebook
Facebook Cafe, un punto d’ incontro tra i brand presenti in Facebook ed il pubblico, una sorta di directory che ha l’obiettivo di fornire ai marketers presenti su Facebook un modo in più per attrarre sostenitori, fans e quindi potenziali clienti.
Il mio ultimo progetto, che bolliva in pentola già da un pò e che ora è stato lanciato online nella sua fase embrionale.
Il percorso ideale
Immedesimandomi nell’utente web che naviga alla ricerca di informazioni e punti di incontro con il brand mi trovo davanti (da un punto di vista commerciale e decisamente virtuoso) il più delle volte a:
- Sito ufficiale
- Blog ufficiale
- Community sotto forma di forum o punti di discussione e proposta (user generated)
- Profilo Facebook
- Vari social profiles brandizzati (Twitter, Friendfeed, anche se più raramente Delicious)
In questo panorama, per il brand, come per il personaggio pubblico è essenziale creare un Brandscape (così come viene definito da Marco Massarotto nel suo libro Internet PR), un luogo in cui si svolgano conversazioni, l’azienda si possa confrontare con i propri clienti, e possa partecipare attivamente alla creazione di contenuti e di proposte, il tutto all’ombra del proprio brand.
Nell’ottica di un mercato conversazionale, l’attività di un brand sui social media non è quella di vendere prodotti, ma di costruire relazioni vere e concrete con i propri clienti, i propri sostenitori e con semplici curiosi.
Il mezzo più potente per sviluppare tali relazioni rimane il passaparola (il word of mouth), che all’interno dell’ environment di Facebook avviene tramite strumenti quali il “Suggerisci ad un amico” all’interno delle opzioni delle pagine fan e la funzione “Invita altri ad iscriversi” propria dei gruppi. Il tutto corroborato dalla condivisione sul proprio profilo di pagine fan e gruppi che l’utente trova interessanti, in minor misura, agisce anche il link che appare sulla bacheca nel momento in cui riporta ad esempio: Giorgio Marandola è diventato fan di FBC brands.
Inoltre, per esperienza personale posso affermare che il widget relativo alle pagine fan di Facebook inserito nel proprio sito o blog funziona un gran bene.
Tutte queste funzioni sono build-in su Facebook, che tende a promuovere le relazioni all’interno del proprio network, a tutto ciò si aggiungono le implementazioni che un brand inserisce sui propri siti o blog che rimandano al proprio spazio su Facebook, sia esso una pagina fan o un gruppo.
A tutto ciò oggi si aggiunge Facebook Cafè, una funzione aggiuntiva, per dirla all’americana un “brand helper” o un “community building tool“, nelle mani delle aziende e dei personaggi pubblici che cercano di fornire una sorta di segnale direzionale all’utente in cerca di connessione con il brand.
Un sito o uno strumento?
In realtà si tratta di uno strumento, una community, un Brandscape in più che dirige agilmente verso la community su Facebook, infatti in fase di inserimento del brand il campo URL (come riportato nell’esempio), deve essere compilato con l’indirizzo della pagina fan di Facebook, del gruppo, o comunque dello spazio riservato al brand sul social network, vista anche l’abitudine di molti brand di creare profili personali al posto delle più consone pagine fan.
Gratuito o a pagamento?
Il servizio è totalmente gratuito, al fine di rendere fruibile lo stesso anche ai brand di piccole dimensioni, favorendo così la loro interazione con il pubblico avendo a disposizione gli stessi strumenti delle grandi marche.
Integrazioni
Google Maps
Facebook Cafe, oltre ad essere un utile strumento per raggiungere nuovi sostenitori e potenziali clienti, fornisce al brand anche un’integrazione con Google Maps, in modo da geolocalizzare e quindi contestualizzare meglio il brand sul territorio.
Anche questa funzione è tesa a favorire le interazioni tra il brand ed i sostenitori, in quanto, mette subito a conoscenza dell’utente, nella stessa Brand Page, la collocazione geografica off-line del servizio o del personaggio pubblico. In questo modo l’utente che arriva sulla Brand Page, trovando il brand collocato in un’area geografica vicina o comunque accettabile in un’ottica di erogazione del servizio, entra in contatto con l’azienda tramite Facebook con una motivazione in più rappresentata anche dall’intenzione di usufruire in maniera effettiva dei servizi della stessa.
Detto in termini più semplici, se si è alla ricerca di un bene X, e l’azienda che lo commercializza ha un profilo su Facebook Cafè, l’utente che approda sulla Brand Page troverà utile sapere che quest’azienda risiede nel suo stesso bacino geografico, anche in un’ottica di facilitazione della consegna del bene X e di contenimento delle spese di spedizione.
Disqus Comments
Ogni Brand Page ha un sistema di commenti powered by Disqus, il che consente di avere un feedback immediato sul brand direttamente su Facebook Cafè, oppure monitorare l’andamento delle opinioni relative ai brand del network sulla pagina Disqus relativa al servizio. Inoltre, i commenti relativi ad un brand saranno indicizzati dai motori di ricerca, andando ad aiutare tutti gli utenti che stanno cercando opinioni riguardo un determinato servizio o brand.
Video
All’interno della descrizione del brand o del personaggio pubblico, è possibile inserire il codice embed di un video, che sia proveniente da YouTube, Vimeo o altri servizi di videosharing, il tutto teso a fornire una conoscenza più approfondita del brand all’utente che approda sulla Brand Page.
L’utilità per le aziende
L’ utilità per l’azienda che ha uno spazio su Facebook risiede in quanto detto più sopra, e cioè, nel semplificare e favorire lo sviluppo di una community intorno al brand, aiutare l’utente nella fase di ricerca su internet, avendo un punto di incontro in più.
L’utilità per l’utente
Sta nel fatto di avere le informazioni base sul brand, geolocalizzarlo ed entrare immediatamente in contatto con la community che si sviluppa su Facebook.
Stato del servizio
Facebook Cafe è stato lanciato nella sua fase beta il 21 Settembre 2009, ovviamente ci saranno molte integrazioni e novità prossimamente, per tutte le notizie relative raccomando di seguire il Blog associato al sito.
Social Club
Potete seguire l’attività del servizio su Twitter, Friendfeed e diventando fan su Facebook.
In particolare, quando un nuovo brand viene inserito ed approvato (i brand inseriti vengono verificati uno per uno, e viene accertato che l’URL ridiriga su un account verificato su Facebook e quindi corrisponda ad un profilo ufficiale e non fake o non ufficiale) all’interno del servizio, automaticamente lo stesso viene “sindacato” su Twitter e Friendfeed, andando ad aggiornare anche la pagina fan del Facebook Cafè su Facebook.
Una feature di indubbio valore che pone il vostro brand sotto gli occhi di tutte le persone che fanno parte della community di Facebook Cafe.
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Blogging e giornalismo: intervista a.. me
Questa è un’ intervista che mi ha chiesto Nicoletta Angiolini, studentessa triestina che si sta laureando grazie ad una tesi sul Citizen Journalism ed i nuovi media. La pubblico sperando possa essere utile a chiunque altro.
Di cosa ti occupi? Quando nasce la tua passione per i blog?
Mi occupo di tutto ciò che riguarda il Web 2.0 ed i media sociali, lavorando sia in agenzia che su progetti del tutto personali, per ora in fase di gestazione ma che verranno alla luce a breve. La mia passione per la scrittura è innata, fin dai tempi del liceo ho scritto per varie testate, sia cartacee che online, quindi il blog è stata solo una conseguenza di una passione, per così dire, innata. La comunicazione attraverso la scrittura è un’esigenza per me, il blog come media è solo lo strumento che più mi piace utilizzare, è indipendente, autogestito e rappresenta anche il mio biglietto da visita online, al pari dei miei profili sui social netowrks, primo su tutti Linkedin.
Qual è la differenza tra un giornalista online e un blogger? Ci sono vari tipi di blog?
In effetti la differenza non dovrebbe esistere, si tratta di contenuti di varia natura messi online tramite una piattaforma, che poi questa piattaforma sia un blog o un giornale, poco importa. Almeno sulla carta è così, in pratica il blogger è più spigliato, più individualista, è più un animale sociale. Ultimamente vediamo i giornali prendere diversi spunti dai blog e vediamo sempre più spesso fare riferimento all’umore della blogosfera a proposito di determinati argomenti o avvenimenti, vediamo citazioni, riconoscimenti di autorevolezza, l’ultimo ostacolo da superare è la resistenza a linkare fonti della blogosfera, ma questo riguarda solo logiche di readership, in pratica i giornali hanno il timore di perdere lettori linkando a fonti esterne di nicchia.
Come definisci il citizen journalism?
Lo definisco a modo mio, lo definisco comunicazione, e quando la comunicazione diviene esigenza e necessità assistiamo a fenomeni molto interessanti. Lo sviluppo del Web 2.0 e la riduzione del digital divide ha avvicinato il cittadino alla rete e ai servizi, quali YouTube, Twitter, i blog, il resto è venuto da sè, il cittadino si è armato di cellulare e di blog, ha cominciato a scattare foto, fare video, scrivere e raccontare. Di base è un’esigenza del privato cittadino di far sentire la sua voce e di manifestare il proprio dissenso, sia nei confronti dei fatti accaduti, sia nei confronti dei media tradizionali che ancora stentano a “scendere in strada tra la gente”. Un esempio pratico è stato la copertura da parte della stampa italiana della rivolta seguita alle ultime elezioni in Iran, che consisteva nel raccontare cosa stessero scrivendo pochi coraggiosi iraniani su blog e Twitter, o cosa stessero uploadando su YouTube. Gli unici materiali di livello autoprodotti veramente sono stati editoriali su questioni geopolitiche o flashback dei tempi della Rivoluzione. Il resto era un susseguirsi di fonti locali che altro poi non erano che post di blog, tweets e video provenienti da YouTube.
In sintesi, il citizen journalism è il futuro, l’unica cosa che non capisco è cosa impedisce ad un giornalista di avere un blog, un account Twitter o per farla ancora più complicata, un account Friendfeed.
Tutto sarebbe più immediato, real time, in 140 caratteri o poco meno, gli articoli scritti sulla propria testata online sarebbero risindacati in breve tempo, il tutto incontrerebbe un bacino di fruizione più ampio. E’ da notare che c’è anche del marketing dietro questo discorso, ma nessuno sembra accorgersene in quel che si chiama mainstream.
Come si fa a coniugare il giornalismo classico con queste nuove forme di giornalismo proveniente dal basso? Il citizen journalism può essere considerato un pericolo per i giornalisti professionisti?
Non è un pericolo, è come una lezione da imparare, inevitabilmente i tempi, i media, i modi di comunicare si evolvono, è una regola di mercato che se il mercato si evolve chi resta indietro rischia di scomparire.
E’ lo stesso tipo di evoluzione che ha portato ad abbandonare la macchina da scrivere a favore dei pc.
Ora come ora il giornalista scrive il pezzo, che segue poi una filiera interminabile per poi finire sul giornale, la dotazione del giornalista a quanto pare è ancora il blocco e la penna, passando poi per l’avallo di un caporedattore, mentre il citizen journalist è molto più snello, anche in questo: scrive direttamente online da dispositivi mobili, fa foto, video, è multimediale, e posta tutto nei suoi spazi online, che siano blog o videosharing, non ha un caporedattore, il suo confronto è più diretto e la sua “vita o morte” è decretata da altre persone come lui.
Prendi quest’intervista e gli articoli che la precedono nel mio blog, nessuno al di sopra di me mi viene a dire di pubblicare questo o quello in base a giudizi di valore o di spessore culturale, il feedback proviene da chi legge i miei contenuti, dai miei contatti sui social netowork, da chi inoltra i miei articoli per farli leggere ai suoi amici, chi mi contatta via mail.
Questo tipo di feedback ha più valore, perchè il rapporto è più diretto, l’azione è più immediata. Anche Google ha pensato bene di implementare la Real Time Search, ma non certo per stare dietro alla monumentale filiera di pubblicazione dei giornali, ma per stare dietro a chi scrive sui blog o su servizi di microblogging, infatti è stato Twitter per primo ad implementare il Real Time sulla ricerca.
Come vedi il futuro dell’informazione? I quotidiani cartacei ci saranno ancora o ci informeremo solamente da Internet, per esempio dai cellulari di ultima generazione come l’iPhone?
Internet è più immediato, in certi casi più vero, inoltre il contatto con chi produce contenuti è molto più immediato e veloce, internet è il futuro dell’informazione che sarà sempre più libera e gratuita, e quindi molto difficile da monetizzare per giornali che non ricevono sovvenzioni statali. I devices che attualmente dominano il mercato hardware connetteranno sempre più persone alla rete, e perchè no, li allontaneranno dai contenuti cartacei a favore di quelli telematici. La chiave di volta sta nell’assottigliarsi del digital divide su scala mondiale, le nuove generazioni vengono definite Nati Digitali, e saranno queste a contribuire allo sviluppo della comunicazione della notizia. In futuro passeremo dalla macchina da scrivere al computer, per dirla in maniera metaforica.. è già successo, perchè dire che non succederà ancora?
In base al rapporto informazione: laurea in giurisprudenza = giustizia: laurea in giurisprudenza non pensi che per una questione di qualità il percorso di formazione professionale sia fondamentale? Oppure tutti possono fare informazione di qualità senza aver dato l’esame di stato in giornalismo?
Tutti possono essere bloggers o citizen journalists online, gli strumenti sono gratuiti e molto performanti, tutto sta a creare buoni contenuti, quindi, a ritroso, tutto deriva dalla preparazione culturale del blogger o del citizen. Il blog, come dicevo, è un biglietto da visita, una rappresentazione della propria cultura, del proprio sapere, ed è proprio in base a tutto ciò che viene decretato il successo di questo o quel blogger. In realtà molti bloggers, come me, si riconoscono nella categoria degli Edupunk, una definizione creata da Jim Groom tempo fa, rinvenibile su Wikipedia qui. Molti bloggers per dirla in italiano, si sono fatti da soli, in base ad un percorso culturale del tutto personale e questo si riflette nelle loro interazioni con la rete.
Poi certamente molti blog sono gestiti e portati avanti da professionisti del proprio settore con una laurea ed anni di esperienza lavorativa, e sono quelli ad assumere più valore perchè sono miniere di informazioni preziosissime per qualsiasi persona voglia intraprendere un percorso culturale o professionale similare.
Per fare l’ennesima critica al sistema del giornalismo tradizionale, l’esame da giornalista prevede un iter che farebbe ridere qualsiasi blogger: si tratta di scrivere, se non ricordo male, 75 articoli in un anno per una testata, farsi pagare le ritenute d’acconto e dare l’esame.
Il blogger segue un altro iter: avere un minimo di basi di programmazione, che ti permettono di avere il blog su un dominio tutto tuo, scrivere cose interessanti e in qualche modo di pubblica utilità, e non solo 75 articoli in un anno, ad esempio questo blog conta approssimativamente 260 articoli, scritti nel corso di un anno e qualche mese. Per quanto riguarda l’esame di stato, questo si svolge giornalmente tramite il confronto ed il feedback con i propri lettori, con chiunque approda su queste pagine.
La sfida è continua e non è fatta solamente di scrittura, ma anche di apprendimento, infatti portare avanti questo blog da tempo mi ha dato modo di imparare molto e di costruire passo passo la mia professione attuale.
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Facebook acquisisce Friendfeed
Friendfeed accetta l’amicizia di Facebook
Ok dico la verità, l’acquisizione è solo un pretesto..per prendere le cose a modo mio… Twitter è il fenomeno del momento e sta per eguagliare come performance quelle di Facebook, ma effettivamente Friendfeed è molto più efficace, molto meglio strutturato, molto più semplice da usare.. e la cosa che usandolo salta subito agli occhi e lo pone, secondo il mio modesto parere, un passo avanti a Twitter è che se c’è un aggiornamento di stato, i commenti i “like” appaiono subito sotto l’aggiornamento in questione.
Efficenza? No.. solo normalità.. è giusto così, è logico così.
Se ne parlava tempo fa in giro, Friendfeed veniva definito come un servizio molto più efficiente di Twitter, ma destinato a morire inutilizzato..
Per fortuna che qualcuno a Palo Alto non l’ha pensata esattamente in questo modo.
Per cui Facebook ha acquisito Friendfeed, e sicuramente è un colpaccio, almeno sulla carta. Ora Mark Zuckerberg ed il suo enturage si misureranno con logiche per certi versi differenti da quelle che dominano gli scenari da social network puro e semplice. L’utente Friendfeed, come me, come tutti i bloggers che si rispettino, è un utente esperto, che ha esigenze ben definite, sa cosa vuole e cosa aspettarsi.
Non ne facciamo solo una questione di Marketing, qui si tratta di usabilità orientata alla condivisione di contenuti, si tratta pure di fare concorrenza allo strapotere mediatico di Twitter. E per far ciò, il caro Mark californiano dovrà attirare su Friendfeed le masse, perchè, Twitter è uno strumento di marketing strausato ora, da redazioni, bloggers e professionisti di svariati settori, ma anche dall’utente web medio, che non ha nella sua presenza online un fine puramente commericale.
A livello di “conversione” pura e semplice è quello il tipo di utente che fa gola, che clicca ancora sui banner, che contribuisce al successo economico di un servizio non avendo competenze avanzate.
Rimarrà solamente il cruccio tipico di questo tipo di servizi, la monetizzazione.
Ora Twitter sta cercando di studiare un programma di servizi a pagamento per i suoi utenti professionali, quasi come a voler tornare al Web 1.0 la cui proverbiale bolla è nota a tutti, esperti e non.
Zuckerberg si trova ad affrontare una sfida molto diversa da quella rappresentata da Facebook, ha messo le mani su un servizio che ha un potenziale indescrivibile, adesso è il momento di dimostrare che l’esperienza di Facebook ha lasciato un segno, dovrà dimostrare maturità.
Buona fortuna Mark! Dimostra di essere cresciuto!
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Quick Post: Maple Barbecue
L’idea è stata di Alessandro Nasini, e devo dire, dopo un’ora che sono qui nella splendida sede di Maple, che è veramente azzeccata. Il Maple Barbecue mira a diventare un appuntamento fisso del Web 2.0 e non solo nella capitale.
Per maggiori informazioni visitate il blog di Maple.
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Appunti di Corporate 2.0
C’è stato un tempo in cui un bel dominio ” dot com ” era la chiave di volta per il branding online, un must, un elemento imprescindibile ma purtroppo, unico.
Con l’evolversi dei mezzi di comunicazione persino il sito web aziendale ha avuto un lento cambiamento, all’inizio si preferivano pagine in flash, animate, quasi a simboleggiare in qualche modo, la potenza del brand, la modernità, la sua affermazione.
Poi piano piano si è aggiunta una componente comunicativa, con notizie aggiornate, ma non troppo spesso, la sezione “notizie” riportava una serie di comunicati stampa scaricabili in formato .doc o nel più gettonato formato pdf.
Una pagina austera con una manciata di link a documenti scritti, pieni di grafici, proiezioni e nettamente autoreferenziali.
I pionieri della comunicazione web hanno convinto queste aziende ad andare oltre, almeno a livello formale: la suddetta sezione ha assunto un design più innovativo, assomigliando sempre di più ad un blog. La manciata di link ha dato spazio a titoli, descrizioni e “read more”.
Anche in seguito a questo piccolo passo evolutivo c’è stata una sorta di scissione, alcuni hanno chiamato in maniera differente questo spazio del sito, definendolo addirittura blog, altri invece hanno preferito cambiare solamente l’impostazione dei contenuti mantenendo la dicitura “notizie”, “news” o più semplicemente “comunicati stampa”.
Ma con l’avvento del Web 2.0 la struttura dell’immagine di un’azienda in rete è cambiata drasticamente. Le prime aziende a sbarcare sui Social Media hanno avuto modo di attrarre a sè molti fans, sostenitori, e quindi nuovi clienti o consumatori, semplicemente attraverso una presenza capillare, costruttiva e più umana sui social media.
Sui biglietti da visita, al fianco degli Url del corporate website sono stati aggiunti profili Twitter, Linked In, gruppi Facebook.
E tutto ciò si riflette inevitabilmente sul corporate website: sono apparsi link ai servizi social utilizzati dall’azienda, inviti alla condivisione dei contenuti, possibilità di diventare dei fans e dei sostenitori del brand e non ultima, la possibilità di poter comunicare direttamente con l’azienda, di dire la propria, di partecipare. Questo la dice lunga anche sul fatto che per mettere in atto una strategia del genere (che risulta fondamentale per il successo di un brand) bisogna essere pronti a fornire un servizio o un prodotto valido, a comunicare giornalmente con i propri clienti/consumatori ed essere pronti a gestire critiche o addirittura accuse.
Un lavoro non facile per quelle aziende che si cullavano tra autoreferenzialità e metodi di comunicazione unidirezionale.
Il nuovo focus per l’azienda è coinvolgere il cliente/consumatore nel comunicare il messaggio relativo al prodotto, condividerlo, per poter così coinvolgere altre persone.
Il meccanismo è sottile, se io vedo una pubblicità in televisione relativa ad un determinato prodotto, penso all’azienda che tenta di vendermelo; mentre se vedo che il mio migliore amico, o un conoscente, o una persona di cui ho stima è, ad esempio, diventata fan del prodotto X su Facebook, sarò magiormente invogliato ad approfondire visitando la pagina del prodotto (e quindi visualizzando la pubblicità) e nella maggior parte dei casi a diventare anche io fan, ed il meccanismo si ripete.
Esempio: Il caso vitaminwater su Facebook
Questo è esattamente ciò che sta facendo la vitaminwater.
Prima di tutto ha provveduto ad avere un url custom anche su Facebook, che si presenta così facebook.com/vitaminwater .
Ha attuato una campagna multicanale, usando i media (web) tradizionali, ma puntando i propri banner al gruppo Facebook invece che al proprio sito. E l’invito è chiaro, THE GREAT DEBATE, il grande dibattito: la vitaminwater infatti non cerca di vendere boccette d’acqua, ma di attrarre a sè quante più persone possibili, stimolando la partecipazione, il confronto, dando all’utente/cliente/consumatore una piazza virtuale dove esprimere la propria opinione, condividerla ed in un certo senso, confrontarsi con altre persone che condividono il suo stesso interesse per la pallacanestro. Infatti il grande dibattito riguarda un confronto tra 2 stelle del basket NBA, LeBron James e Kobe Bryant.
Il principio utilizzato da vitaminwater può essere riassunto in questo termine: Call to action.
Perchè vitaminwater ha scelto proprio Facebook?
Semplicissimo, perchè il social network di Mark Zukerberg rappresenta attualmente la terra di conquista per moltissimi brand, guardandolo, sembra di vedere una sorta di secondo web, da una parte c’è internet, dall’altra c’è Facebook. Il tutto delimitato dalla frontiera della registrazione e del login, quasi un mondo parallelo.
In più, per ovvi motivi numerici, i 200 milioni di membri attivi sono un bacino di utenza fenomenale per ogni azienda, e l’interazione con il pubblico avviene praticamente a costo zero, o comunque a costi ridotti che vengono anticipatamente decisi dall’azienda stessa. La filosofia delle revenues per Facebook è quella di targetizzare le inserzioni ed usare il Pay Per Click.
Il sistema stesso di “continuo share” di informazioni su Facebook fa si che un’adesione, un voto in un sondaggio o comunque la partecipazione ad un gruppo fornisce all’utante la possibilità di aggiungere l’informazione al suo minifeed, alla sua bacheca, e quindi di condividerla con gli altri contatti. Come dicevo poco fa, questo spinge gli altri contatti a partecipare, fiduciosi di non trovarsi di fronte a spam o gruppi sospetti.
Un pò di numeri: la pagina fan di vitaminwater ha più di 350.000 fans che partecipano, chi più, chi meno, al dibattito riguardante le due star del basket, la scorsa settimana la pagina ha visto aggiungersi 36.000 fans.
Per un’occhiata più completa alle statistiche della pagina guarda QUI
Controindicazioni?
Anche queste sono facilmente intuibili.
Innanzitutto l’iniziativa di vitaminwater è connessa strettamente ad un periodo di tempo, cioè al confronto delle due squadre in cui militano i giocatori in una fase del campionato, quindi la domanda sorge spontanea… e dopo?
Ogni società che ha in mente di pianificare un’iniziativa come questa deve aver ben chiaro in mente come mantenere viva la conversazione, e in qualche modo attenta l’audience, intorno al proprio brand anche in seguito a fasi temporali limitate.
Questo è stato anche il caso di Obama durante il periodo di campagna elettorale: un uso massiccio dei social media, e tutti gli addetti ai lavori si sono chiesti in che modo il presidente degli Stati Uniti potesse utilizzarli in seguito alla sua elezione. Ed in effetti, la frequenza degli aggiornamenti, e la partecipazione del pubblico è scesa dopo l’Election Day.
Ma c’è da dire che il caso di Obama non si adatta perfettamente ad un discorso di branding come questo, infatti un’elezione di un presidente ha il vantaggio di portare una figura del genere in primo piano nel mainstream, quindi le persone che prima delle elezioni si sono avvicinate a lui tramite i social media, possono riuscire a seguire le sue attività ricorrendo al social network solo nel momento in cui ritengono di dover comunicare, ad esempio, disappunto o estrema approvazione.
Per un personaggio pubblico di spessore è più facile essere alla portata di tutti, nel bene o nel male.
Il messaggio per l’azienda che vuole (anzi che dovrebbe) proiettare il suo brand nel Web 2.0 è quello di essere lungimirante, essere attiva, alimentare la conversazione ed il buzz, essere creativa, e fornire all’utente finale, cliente o consumatore un motivo valido per interagire con l’azienda o con altri, all’ombra del brand.
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